ANIMAEQUINA ONLUS



Una seconda opportunità di vita

 

IL DISCORSO DI PRESENTAZIONE DEL LIBRO:

“PRINCIPII DE L’ARTE EQUESTRE ET DE LI RIMEDII TUTTI” 

DI ANDREA VALENTI

 

Ho conosciuto Claudio, e di conseguenza la sua opera, per motivi istituzionali. Quando, fino a poco fa, ero assessore alla cultura al comune di Castiglione d’Orcia, mi chiese di presentare il suo primo libro, “Il cavallo più bello”. Come ho ricordato allora, accettai per dovere istituzionale, pur con la preoccupazione di dover prima leggere, per cercare di dire cose perlomeno sensate su un mondo a me sconosciuto come quello dell’equitazione e dei cavalli, quello che ritenevo fosse un noioso manuale tecnico in forma di diario. Quello che, scioccamente, avevo considerato un semplice dovere, si rivelò subito un piacere. Lessi l’opera di Claudio tutta d’un fiato e ne parlai senza alcuna piaggeria, ma cercando di descrivere le tante impressioni, riflessioni, emozioni, gli spunti di pensiero che mi aveva trasmesso.

 

Quando Claudio mi ha chiamato per dirmi che aveva scritto un nuovo libro e mi ha chiesto se, previa lettura, avessi voluto presentarlo, in cuor mio ho accettato subito, senza ancora avere in mano l’opera. Dopo due legislature non sono più assessore, la mia presenza di oggi non è istituzionale, è una cosa che faccio per puro piacere e con gratitudine verso chi me l’ha proposta. In quella telefonata Claudio mi ha messo in guardia, con straordinaria umiltà (sentimento che lo rappresenta, traspare dal suo scrivere e che ritroviamo esaltato nel libro) che sarebbe stata un’opera diversa e più difficile, soprattutto per il tipo di scrittura. Quando mi ha parlato di una raccolta di trentatre novelle scritte in italiano arcaico, una sorta di volgare, me ne ha parlato come se questo fosse un limite alla comprensione, una fatica per il lettore.

 

Quello che, nei suoi timori, avrebbe dovuto in qualche modo spaventarmi, per me (e spero che sia così anche per voi), è stata invece una fonte di curiosità e uno stimolo a leggere il prima possibile l’opera. Come si può non essere incuriositi dallo sforzo di chi, nell’affrontare la sua seconda opera, scritta nel pieno dell’era digitale, della comunicazione breve e immediata, di una lingua sempre più contratta e simbolizzata, si prende la briga e l’impegno di comporre, quindi creare, in un linguaggio arcaico, a volte volutamente ridondante, antico e allo stesso tempo eterno, seminale, come lo è il legame che sta alla base dell’opera? Quello che può sembrare, anche nei timori dell’autore, uno sforzo,  diventa immediatamente valore, un punto di forza, un elemento aggiunto di piacere, un espediente stilistico che, se da un lato nobilita il tema trattato, dall’altro crea effetti stranianti rispetto al presente, in parte struggenti per certe tematiche trattate, in parte, a volte, straordinariamente comici. Il libro di Claudio è un crescendo, anche e soprattutto grazie a questo uso del linguaggio, che pagina dopo pagina diventa familiare al lettore, come diventa familiare l’autore di queste memorie, capace di alternare sbruffonerie e saccenza a momenti di umanità così struggente da lasciare senza fiato.

 

Cambia lo stile, non cambia il tema. Claudio, come ogni scrittore, racconta quello che ama. Racconta il suo mondo, dove i cavalli hanno un ruolo centrale, e se a volte cerca di distaccarsi e immedesimarsi in questa singolare figura di un medio evo agli sgoccioli, ritorna sempre, prepotente, la sua profonda umanità, la sua passione e la sua consapevolezza che nei rapporti, siano rapporti fra uomini o rapporti fra uomo ed animale, niente è scontato, tutto va conquistato giorno per giorno, con fatica, allenamento, tecnica, seguendo gli insegnamenti di chi necessariamente ne sa più di noi, fino ad arrivare al rispetto reciproco e una fusione di intenti e di anime che è alla base di ogni rapporto che possa dirsi tale.

E’ un nuovo, intenso, omaggio a questo animale. Leggendo mi sono venute in mente alcuni brani di una recente opera di un musicista che amo molto, Giovanni Lindo Ferretti, come Claudio un appassionato allevatore e cavaliere. Tutta l’opera è incentrata sul mondo equestre, sui legami che da sempre ci legano a questo animale, nostro compagno da secoli sia nel lavoro che nella guerra, nel trasporto come nell’amicizia. Ferretti sostiene che la più grande invenzione dell’uomo fu la doma del cavallo, che anche la rivoluzione industriale gli rese omaggio chiamando la sua unità di misura base “cavallo vapore” e che se perdiamo questo rapporto, perdiamo la storia.

 

Ho trovato affinità tra queste parole e quello che Claudio fa dire al narratore. Molte altre affinità poi mi sono saltate in mente mentre leggevo, e anche in questo l’uso particolare del linguaggio è stato di aiuto. Il dover prestare maggiore attenzione allo scritto, anche se con lo scorrere delle pagine la lettura si automatizza, impone di dover prestare maggiore attenzione al concetto stesso che è alla base della parola, ad affrontare la lettura in modo più consapevole, e questo mi ha portato ad una serie di associazioni mentali che mi sono divertito a mettere per scritto in questa presentazione. Senza entrare, per non fare torto ai futuri lettori qui presenti, nella trama, vorrei affrontare brevemente alcuni temi che mi hanno particolarmente colpito.

 

Quando Claudio si interroga sulla natura spirituale del cavallo, ed è alle prese con il dubbio se ad un animale, parte del Creato, possa essere attribuita la presenza di un’anima, di una parte immortale, riesce da una parte ad omaggiare la lingua volgare citando testualmente uno dei suoi componimenti più belli, dall’altro anche piccole citazioni, che non sfuggono al lettore attento, rimandano a quel periodo di nascita della nostra lingua (l’uso delle parole “kelle terre” mi ha subito fatto ricordare i Placiti cassinesi di fine 900), momenti nei quali alla lingua che oggi parliamo veniva istillata un’anima, veniva nobilitata e resa degna degli usi più alti, come un animale, se dotato di anima, viene equiparato a noi come frutto della creazione, reso nobile e sacro tanto quanto lo è l’uomo. L’anima animale e l’anima umana diventano allora la stessa cosa, un frammento di infinito che portiamo in noi.

 

In un’altra novella balza agli occhi il consiglio di dare al cavallo una “giusta e repentina punizione, ma senza recare danno alcuno”. Questo mi ha riportato alla mente i miei studi di psicologia e pedagogia. Qui il punire non è il procurare dolore, umiliazione, vergogna, ma l’educare, il far crescere e il crescere insieme, il miglioramento reciproco che dovrebbe essere il fine di ogni azione educativa, finalizzata al solo bene della creatura che stiamo accudendo, sia essa quadrupede  o bipede, al fine, nobile e purtroppo spesso dimenticato da tanti cattivi maestri di ogni genere, di preservare da dolori e problemi più seri.

 

In una delle novelle più drammatiche, vediamo come la violenza abbruttisca non solo noi stessi, ma spenga ogni fiamma vitale di chi ci sta intorno, affievolisca la luce della bellezza della quale le creature sono dotate, e come ciò che è bello di per sé, possa essere annientato dall’odio e rafforzato dall’amore. La descrizione dello stato naturale del cavallo, che possiede negli occhi il brillìo del diamante, la movenza del baleno e nel manto il luccichio del sole, non avrebbe stonato in un componimento d’amore cortese, e richiama alla mente la descrizione che in uno dei più toccanti libri della Bibbia, il Cantico dei Cantici, l’amato fa dell’amata.

Ma ci ricorda anche che l’amore, qualunque tipo di amore, è faticoso, necessita di tempo ed impegno, e se la nostra controparte è per sua natura incontaminata, noi abbiamo ancora maggiori responsabilità, perché le creature che nascono innocenti, come tutti gli animali e i bambini, non hanno dentro di sé la corruzione e il male, solo noi uomini con i nostri comportamenti bestiali possiamo corromperle ed annientarle.

 

Ritorna ancora, come nell’altro libro, il fondamentale concetto che le abilità non si ereditano, non sono innate, ma costano impegno, fatica, dedizione, applicazione, e  quella è la sola strada per raggiungerle, che il facile e le scorciatoie non servono, sono anzi dannose, che serve esercizio e serve soprattutto l’umiltà. Nessun uomo è più forte di un cavallo, anche se ama ergersi a predatore apicale, e solo con il rispetto e il duro esercizio può crearsi un vero rapporto.

 

Sono molte le cose che ho letto che mi hanno fatto riflettere, e forse elencarle tutte potrebbe risultare anche noioso. Eppure anche alcune parti che, ad una persona non praticante l’equitazione come me, che non ha alcuna conoscenza specifica, potrebbero sembrare tecnicismi noiosi, mi hanno spinto a pensare. Quando si elencano gli ausili che il cavaliere adopera (sproni, frusta, favella etc.) Claudio ci ricorda in qualche modo la nostra imperfezione e la nostra inadeguatezza di uomini di fronte alla maestosità e alla potenza animale del cavallo. Da sempre l’uomo usa la tecnica per sopperire alle enormi mancanze del suo corpo che è fisiologicamente limitato. Non abbiamo sufficiente forza per sradicare un albero o semplicemente piantare un chiodo, e inventiamo ascia e martello. Il nostro corpo è inadatto al volo, e sviluppiamo tecniche che ce lo permettano. Non possiamo spostarci con la velocità che vorremmo per le nostre limitazioni fisiche, e addestriamo cavalli, creiamo mezzi di trasporto. Così come non possiamo senza i dovuti strumenti trasmettere tutto quello che difficilmente il nostro solo corpo potrebbe trasmettere al cavallo. Ma quello che traspare è sempre l’enorme rispetto e l’immensa dolcezza con i quali questi strumenti vengono utilizzati. La frusta, ad esempio, che subito ci richiama immagini di dolore e punizione, viene usata per sfiorare, accarezzare, toccare, mai per colpire, come se fosse un nostro prolungamento, una carezza data dove la nostra mano non arriva.

 

Tra gli argomenti affrontati, non manca purtroppo quello della perdita, della separazione. Quando si sceglie di legare la propria vita e il proprio affetto a  creature alle quali, almeno fisiologicamente, sopravviveremo, forse dovremmo essere in grado di mettere in conto che il loro tempo, rispetto al nostro, è in condizioni normali limitato. Eppure questo non colma il vuoto della perdita, non rende meno straziante il distacco e meno doloroso il ricordo. Perché dove c’è cura e c’è amore, i vuoti non vengono mai colmati, rimane sempre l’ansia del non detto e del non fatto, ma forse rasserena il pensiero che creature dotate di anima, divine, sono in un altrove dove un giorno le raggiungeremo. Come diceva il poeta Raymond Carver, “rimane l’amore, come un nervo scoperto”.

 

Concludo ringraziando per questa meravigliosa occasione che Claudio ha voluto nuovamente darmi,  e con l’ultima assonanza che la lettura della sua opera mi ha fatto affiorare.

Quando messer Claudio afferma che, nel suo mestiere ebbe più a cuore i cavalli piuttosto che i suoi pari, gli uomini, mi sono tornate in mente le parole di un pedagogista che ho sempre considerato uno dei miei maestri, don Lorenzo Milani. Milani era un prete, e poco prima della sua prematura morte, scrisse che il suo unico peccato è forse stato aver voluto più bene ai suoi bambini che a Dio, ma che sperava che Dio avesse messo anche questo nel suo conto.

Così per messer Claudio, che teme di aver voluto più bene ai cavalli che agli uomini: immagino che noi che abbiamo il privilegio di leggere come questo amore traspare da ogni parola che scrive, possiamo segnare tutto tranquillamente sul nostro conto.

 

Andrea Valenti

Il discorso di presentazione scritto da Andrea Valenti, assessore alla cultura del Comune di Castiglione d'Orcia che ha tenuto a battesimo il libro. Parole che dimostrano di aver compreso l'essenza del testo e che avrebbero meritato di far parte della prefazione.

"Quando sono stato contattato da Ilaria per la presentazione a Castiglione del libro di Claudio Fabbri ho acconsentito con piacere a questa richiesta. Mi è stato spiegato che il libro parla di un’esperienza legata al mondo dell’equitazione nata e cresciuta nel nostro comune, quindi mi è sembrato giusto che ci fosse una presentazione ufficiale del lavoro di Claudio. Ho ovviamente chiesto una bozza del libro. Sono un lettore vorace, dedico quasi tutto il mio tempo libero alla lettura, e dato che ritengo ovvio che quando ad una persona viene richiesto di presentare un libro abbia almeno il garbo di leggerlo… Certo, l’argomento per me era ostico. I cavalli. Per me i cavalli sono animali di estrema bellezza, mi piace guardarli, fotografarli, ma non ho mai avuto occasione di entrare nel loro mondo, salvo qualche esperienza con i bambini durante i campi estivi. Fondamentalmente perché ho paura. Sono alti, maestosi, imprevedibili, così ho sempre pensato. Scalciano, mordono, si imbizzarriscono. Parte di questa paura è legata ad una motivazione così stupida che quasi mi vergogno a raccontarla. Si riferisce alla tragica storia dell’attore Christopher Reeve, reso tetraplegico da una caduta da cavallo. Ricordo che quando vidi quell’attore ridotto in sedia a rotelle, con un respiratore artificiale costantemente attaccato, rimasi sconvolto. Non tanto per la disabilità, campo che poi sarebbe a breve divenuto il mio lavoro, ma per il fatto che quella faccia, distorta dalla malattia, era la faccia di superman, l’eroe dei film della mia infanzia. Vedere il supereroe di tanti film da bambino reso tetraplegico da una caduta da cavallo rese per me difficile considerare questo animale come una possibilità futura. E’ una giustificazione, ovviamente, anche particolarmente stupida, per giustificare una mia paura. Purtroppo sono centinaia gli incidenti automobilistici che conducono persone all’infermità o alla morte, eppure guido tranquillamente ogni giorno. Chi come me ha studiato pedagogia e lavora con la disabilità ben conosce il potere terapeutico degli animali, una disciplina nella quale proprio i cavalli hanno un ruolo cruciale. Eppure sono salito su un cavallo solo una volta, sempre durante un campo estivo. Avevamo finito abbastanza presto i giri al maneggio, e gli istruttori ci chiesero se anche noi animatori volevamo provare. La mia fidanzata da bambina aveva cavalcato spesso e fu ben lieta di riprendere quell’attività che aveva abbandonato. Io ero recalcitrante, fui praticamente costretto da un coro di cinquanta bambini che mi prendeva in giro per la mia paura. Ricordo di quella brevissima esperienza la mia tensione, la mia innaturalezza, e tuttavia la bellezza dell’animale, della visione che si ha quando si sta cavalcando,la fierezza che quella particolare postura ti fa assumere, il suo avvertire il mio disagio e comportarsi di conseguenza. Quando sono sceso, dopo un brevissimo percorso, da un lato ero sollevato, dall’altro arrabbiato con me stesso per una paura che non riuscivo a vincere e sapevo essere assurda.
Una paura che ho poi dissimulato con il disinteresse in ogni altra occasione che mi si è presentata.  Ho ricevuto il libro verso la metà di agosto. E’ rimasto fermo nella sua busta per giorni, senza che mi decidessi ad iniziarlo. Complice anche un trasloco che ha messo confusione tra le mie carte, ho continuato a rimandarne la lettura,fino a che mi sono imposto di farlo, più per dovere istituzionale che per piacere. Come facevo all’università quando dovevo affrontare un testo non troppo interessante, ho fatto una cosa che non faccio mai con i miei liberi: sono andato all’ultima pagina per vedere il numero delle pagine e fare qualche conto su quante pagine al giorno avrei dovuto leggere per non fare una figura meschina alla presentazione di oggi. Ho cominciato quindi il libro lunedì dopo cena, abbastanza impensierito dal dovermi sorbire un trattato di equitazione. Prima di andare a letto l’avevo finito. Ho letto le duecento pagine del libro di Claudio Fabbri praticamente senza interruzione, divertendomi nel farlo, e allo stesso tempo sentendomi estremamente stupido per il mio pregiudizio. Non intendo parlare diffusamente del libro, sarà l’autore a farlo, quello che tengo a sottolineare sono solo alcuni aspetti. Quello che mi ha più colpito è il percorso interiore che Claudio traccia, attraverso un lavoro costante tra sé e il cavallo, sé e l’istruttore, che alla fine conduce necessariamente ad un lavoro su se stessi, che io credo essere il fine di quasi tutte le azioni umane. E’ un lavoro esposto senza proclami, giri di parole, deviazioni nello psicologico o nell’introspettivo, eppure è presente. Si intuisce dal lavoro fisico che l’autore pratica con disciplina, dagli stati d’animo che emergono, dalle situazioni che si creano, dalle difficoltà e dai momenti di scoramento che vengono affrontati e risolti. E’ reso con un linguaggio semplice, divertente, a tratti poetico nella sua sincerità. Un percorso nel quale l’autore ci dimostra quanto sia fondamentale l’educazione, intesa non come buone maniere, ma nel vero senso della parola, ex ducere, tirare fuori. Tirare fuori dal proprio Io le strategie necessarie per adattarsi all’animale, cambiare il cavaliere in funzione del cavallo e allo stesso tempo rendere il cavallo un tutt’uno con il cavaliere. Ci dimostra inoltre come sia fondamentale una guida esperta, qualcuno che aiuti, corregga, insegni. Ho sempre creduto che in tutte le attività umane la tecnica sia fondamentale, che il cuore non basta. Che sia uno sport, un’attività, un’arte visiva o figurativa, il cuore non basta. Servono sempre tecnica, disciplina, studio, dedizione, esercizio. Spesso passa l’immagine, secondo me distorta e dannosa, che tutti possono fare tutto, che basta lo strumento (che sia un cavallo, una penna, una macchina fotografica, un paio di sci poco cambia) a renderci pronti ad affrontare una certa disciplina. Per fortuna non è così. Senza la necessaria applicazione, lo studio, i miseri fallimenti e le faticosissime risalite, i pochi passi avanti e i moltissimi passi indietro non ci sarebbe l’apprendimento, non si maturerebbe esperienza, non si apprenderebbe dai propri errori, non avremmo risultati soddisfacenti, perpetueremmo i vecchi vizi fino a farli incancrenire e rendere quasi impossibile liberarcene. Servono studio, dicevo, e serve una guida. Serve sempre qualcuno depositario di conoscenze maggiori delle nostre e disposto a trasmetterle, e serve il rapporto umano che si crea con questi maestri, senza il quale non è possibile un apprendimento pieno e soddisfacente per entrambi. Forse serve ancora di più nel caso trattato nel libro, dove l’intermediario non è un oggetto, ma un essere vivente, che come noi e con noi apprende, cresce, viene a compromessi, ci fa pagare i nostri errori e ripaga i nostri sacrifici e il nostro amore. Quello che ancora colpisce è il rispetto profondo che traspare per l’animale, la forte sensazione che viene trasmessa al lettore: l’avvertimento che ci troviamo di fronte a una creatura vivente, divina in qualche modo perché dotata come noi di aspettative, sentimenti, animo, caparbietà, cocciutaggine, che il percorso da fare, l’unico possibile, è proprio questa umanizzazione del cavallo e soprattutto questa cavallizzazione (scusate il termine) dell’uomo affinchè lo scambio sia reciproco e reciproca sia la soddisfazione. Questo si risolve nell’azzeccato sottotitolo del libro: diventare cavallo per insegnare al cavallo ad andare a uomo. Basta questa frase a spiegare un percorso e un approccio che io definisco pedagogico, non si parla di metamorfosi ma di compenetrazione. Quindi ringrazio davvero l’autore per avermi dato l’occasione di questa lettura, per avermi fatto vedere con occhi nuovi, più puliti, un mondo che non conoscevo se non di sfuggita, per avere in qualche modo contribuito ad affievolire le mie paure. Un libero che riesce a fare questo è sicuramente un buon libro. E ringrazio Filippo Pecci, che ho conosciuto grazie ad una foto che abbiamo fatto al suo centro ippico con il centro diurno per portatori di handicap nel quale lavoro. C’è sempre maggior bisogno di maestri che abbiano la voglia e la capacità di insegnare, che considerino i progressi fatti dagli allievi le proprie medaglie, che ci facciano guardare con occhi nuovi una terra, la nostra, che ben si presta alla cavalcata, all’andare a piedi, alla lentezza alternata alla velocità, al rapporto uomo – animale che da generazioni ci accompagna e che, spero, non verrà mai meno.


 Andrea Valenti"

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